La missione di Bigene: 58 villaggi su 300 km quadrati

La missione di Bigene: 58 villaggi su 300 km quadrati
Il territorio della missione di Bigene: 58 villaggi su 300 km quadrati, a nord della Guinea-Bissau e confinante con il Senegal.

13 aprile 2012

storie di Bigene 6: "mundu muda", "il mondo cambia".

Bigene, 9 aprile 2012,
lunedì di Pasqua.

Quando mi sveglio al mattino, spesso penso a cosa mi potrà accadere di nuovo e interessante durante il giorno. Certe azioni sono preparate, come le catechesi durante le evangelizzazioni, o le liturgie. Ma ti rimane sempre un certo margine di novità, che desideri scoprire nel tempo.
Se poi oggi è il giorno di pasquetta, come ogni bravo italiano, cosa fai oggi? Come minimo, ti porti pane e salame in giardino, per mangiare “fuori casa”! Se poi stai con gli amici, la scampagnata è come un comandamento: guai a rinunciarvi.

Cosa fa un italiano nella missione di Bigene? Non posso rimanere in casa, assolutamente. Prendo la mia segezia e vado a conoscere nuovi villaggi! Qualcuno si potrebbe meravigliare: dopo quasi quattro anni hai ancora villaggi che non conosci? Si! Vieni tu a percorrere 300 km quadrati con le mie strade! Ci sono dei villaggi che ancora non conosco, o che ho visitato solo superficialmente, senza “sedermi” a parlare con il capovillaggio o con gli anziani. Sedersi a parlare è come una cerimonia: sai quando inizi, ma non sai quando termini. È il segno del benvenuto, ma non puoi alzarti senza aver terminato di ascoltare tutti quelli che desiderano parlare. Le ore passano veloci in questi incontri.

Da giorni avevo organizzato un incontro nel villaggio di Sidif Balanta. Sulla strada principale, da Bigene verso Ingoré, dopo Barro, si incontra sulla sinistra Sidif Mandinga. Questo è un grosso villaggio, abitato tutto dai mandinga: un etnia di religione musulmana, per una scelta fatta molti anni fa dal loro re. In Guinea-Bissau, per dire che non si è musulmani, si usa dire che non si è mandinga. All’interno di questo villaggio si percorre una strada che arriva al villaggio di Sidif Balanta: abitato dalla etnia dei Balanta, persone aperte verso la religione cristiana.

Arrivo accompagnato da Antonio, l’aiuto catechista di Marsaso, e altri cristiani che hanno autorità nel loro ambiente: il capovillaggio di Liberté e Sambel, l’animatore di catechesi di Djebacunda. Sotto il grande albero, al centro del villaggio, ci sono varie decine di persone ad aspettarci. Sono già pronti e ordinati: i bambini davanti, le donne a sinistra e gli uomini a destra, tutti disposti in un semicerchio.


Già conosco cosa mi stanno per chiedere, ma devo rispettare il “cerimoniale”: mi presento, dico chi sono, da dove provengo, perché abito a Bigene, cosa faccio nei villaggi vicini. Ero già stato a visitare questo villaggio, ma senza avvisare, e non avevo potuto incontrare il capovillaggio e gli anziani. Alcuni giovani, da quel primo veloce incontro, sono venuti alle catechesi nel villaggio di Marsaso: sono loro che mi hanno chiesto di incontrare tutto il villaggio, perché ci sono altre persone che desiderano conoscere la fede di Cristo e della Chiesa Cattolica. Tra questi giovani mi impressiona un bestione: è enorme! Sarà alto quasi due metri (qui sono quasi tutti più bassi di me, alcuni proprio molto più bassi), un corpo da palestrato esagerato (vi assicuro che nemmeno sanno cosa sono le palestre…), un mare di capelli ricci e lunghi in testa e un volto da bambino! Il suo volto è la nota stonata dentro il suo corpo esagerato, e proprio questo volto da bambino lo rende di una simpatia unica. Quando sorride vedi un terremoto: è come se avesse cento denti in bocca!!! E poi c’è Fernando: è il giovane trascinatore degli altri giovani. Viene spesso a Marsaso, e ogni volta mi dice: “Quando vieni da noi?”.

L’incontro è piacevole: anche se è la prima volta che ci ascoltiamo, sembra di respirare aria di casa. Comprendo alcune loro difficoltà, anche se non mi dicono chiaramente di sentirsi a disagio per la vicinanza del villaggio dei musulmani. Devono sempre attraversare l’altro villaggio, per qualsiasi spostamento. Non ci sono dei veri problemi, ma la loro scuola è caduta con il vento, due anni fa, e non sono riusciti, con le loro forze, a ricostruirla da soli. E di mandare i bambini nella scuola dei musulmani non ne hanno proprio voglia. Vi assicuro che non usano nessuna parola che possa sembrare in qualche modo negativa verso i loro vicini, ma capisco che è così. La scuola arabica (così viene chiamata la scuola dei musulmani) non attrae i non musulmani, ed è comprensibile. Così mandano a scuola i loro bambini solo quando sono più grandi, e devono fare alcuni chilometri a piedi per arrivare a due villaggi dopo.
Assicuro che chiederò agli amici, in Italia, l’aiuto necessario per acquistare alcuni sacchi di cemento e i fogli di zinco per il tetto. Il resto lo fanno loro! Per aiutare a costruire una scuola in un villaggio non mi tiro mai indietro. In questa situazione, penso che si deve fare senza alcuna esitazione.

L’incontro prosegue con la loro domanda di ricevere la catechesi della Chiesa Cattolica nel loro villaggio. Lo sapevo! Fernando, a nome di tutti i giovani, chiede questo. Chiedo conferme anche di altre persone, e parlano anche un uomo anziano e una donna anziana. L’uomo, in particolare, mi impressiona quando afferma che lui, ormai, è giunto alla fine, ma i suoi giovani desiderano una cosa molto buona, conoscere Dio, e se io posso, devo aiutare questi giovani, non li posso lasciare da soli. Sono rimasti per troppo tempo senza conoscere Dio!
Quando sento parole come queste, il mio cuore di missionario batte più forte. Per questo sono qui. Esattamente per questo. Rimaniamo in accordo che, per il momento, i giovani che si possono muovere verso Marsaso parteciperanno a quella catechesi. Poi ci rivedremo ad agosto: voglio venire qui con gli amici che ospiterò a Bigene durante l’estate. Alla ripresa della catechesi a ottobre, dopo aver verificato con i catechisti, vedremo come poter rispondere alla loro importante domanda. Per la scuola provvederemo. Per la catechesi devono confermare questa domanda, e lo devono fare in assoluta libertà: non è per l’aiuto che darò alla scuola che devono venire alla mia evangelizzazione.

Al termine dell’incontro, dopo aver salutato tutti e scherzato con un vecchietto simpatico chiedendogli quanti anni ha (tempo perso a chiedere l’età, non la sanno; e la loro risposta sarà sempre: “sono così tanti che nessuno riesce a contarli”) si fa avanti un giovane che si presenta. Kunté viene da Mansacunda: ha saputo che venivo a Sidif Balanta per questo incontro e che volevo proseguire per il suo villaggio, per conoscere dove si trova questo suo villaggio che non ho mai visitato. Mi dice velocemente: “Io ho incontrato Cristo a Bissau, durante la scuola, nella parrocchia di Brà. Non posso vivere senza la fede in Cristo. Adesso ho terminato la scuola, sono tornato al mio villaggio. Ma come posso fare? Dimmi tu, padre: come posso fare?”.
Con questa premessa, gli dico di salire in macchina: andiamo insieme a conoscere il suo villaggio!!! Arrivare a Mansacunda è veramente una impresa. Occorre ritornare sulla strada principale, imboccare una traversa per il piccolo villaggio di Marsaso, e da qui proseguire su una strada che non c’è. In realtà, la strada c’è per chi va a piedi, o in bicicletta, ma le grandi piogge estive, negli anni, hanno cancellato la strada! Occorre entrare nel bosco, facendo molta attenzione a non passare con le ruote sugli arbusti secchi e appuntiti. Non è impossibile, ma rischioso. Non lo fa nessuno: ci voleva un missionario non del tutto normale… Se buchi due ruote assieme, rimani lì! Piano piano arriviamo al villaggio di Djebacunda. Lo ricordo bene, perché al primo incontro che ho fatto qui il capovillaggio anziano arrivò di corsa, senza fiato, chiedendo scusa del suo ritardo. Poi proseguiamo per Mansacunda. Facendo molta attenzione, continuando a chiedere agli amici quale è il percorso da fare. Potremmo anche andare a piedi, ma due minuti sotto questo sole non li fanno nemmeno loro!!!

Arriviamo finalmente! Al centro del villaggio cinque enormi baobab fanno ombra a tante capanne. Rimango a bocca aperta: la forza della natura mi parla sempre di Dio, ed ogni volta ammiro queste piante enormi, ora senza foglie, con i loro preziosi frutti appesi ai rami secchi.
Chiedo del capovillaggio, per salutare e presentarmi, senza pretese. Intanto Kunté chiama alcuni giovani amici: ha già organizzato tutto lui, che bravo birbante! Mi arrivano due ragazzini che avranno sedici anni, pieni di polvere. Corrono verso di me, dopo aver abbandonato il loro lavoro di taglialegna e mi vogliono stringere le mani. Assieme andiamo alla casa del capovillaggio. Vedo una donna che corre: poi capisco che è la moglie, o una moglie, del capovillaggio, che lo avvisa del mio arrivo. Alcuni loro figli sono riparati dal sole vicino alla porta di casa, sotto la tettoia. È mezzogiorno, il sole picchia, saranno 40 gradi. Mi sembra di vedere indifferenza nei miei confronti. Non mi dicono niente. Poi arriva la stessa signora che mi dice di aspettare, di sedermi: l’uomo si sta lavando. Passano i minuti e comincio a preoccuparmi. Rimango fermo solo perché Kunté, con i suoi pochi amici, continuano a guardarmi con attenzione. Scambiamo alcune parole. Arrivano altri sgabelli per i miei aiutanti che sono venuti ad accompagnarmi anche qui.

Finalmente arriva lui. In pochi istanti capisco che è una persona speciale. Questo capovillaggio parla perfettamente il criolo, ed è ordinato nel suo abbigliamento. Ha più di settant’anni, barba e capelli ben rasati, anche le mani ben pulite e ordinate. Beh, certo! si è appena lavato. Ma è diverso dagli altri. Come di solito mi presento, spiego perché sono qui, dove abito, cosa faccio… La sua risposta mi lascia l’amaro in bocca: “adesso che ci hai detto chi sei, noi possiamo sapere chi sei!”. E basta!
Kunté rimane deluso dalla risposta del suo capovillaggio, china lo sguardo a terra, senza dire niente. È troppo giovane per parlare, non potrà mai dire una cosa diversa della parola di un anziano. Il clima esterno è torrido, nei cuori è anche peggio.

Cerco di stemperare, affermando che è bene che tutti sappiano che io sono un uomo di pace, che vengo nella pace, e che parlo di Gesù Cristo, il Dio della pace, a chi vuole ascoltare, e mi sembra che qualche giovane di questo villaggio desideri ascoltare questo. Quando uso queste parole, l’uomo anziano mi guarda fisso, come per cercare di capire, dalle mie espressioni, se dico la verità.
Kunté si sente chiamato in causa dalle mie affermazioni, e dice al capovillaggio che ci sono alcuni giovani che vorrebbero diventare cristiani, se questo è possibile. Significa: se il capovillaggio lo permette! Prendo la parola al volo, e rispondo a Kunté che la sua domanda è buona, ma io sono uomo di pace, e se la mia presenza può creare anche una piccola difficoltà nel villaggio, io non mi sento libero, e non voglio mai creare difficoltà con nessuno, di nessun tipo. Non posso venire a visitare un villaggio se il capovillaggio, con gli anziani, non sono contenti.
Mi aspetto la parola da lui, ma invece di rispondermi, lui ridice le stesse mie affermazioni ai giovani presenti. Anche i figli stanno ora ascoltando con attenzione. Lui approfondisce il senso delle mie parole, in criolo perfetto, ma senza aggiungere niente. Insomma: sta mettendo a prova la mia pazienza…

Mi guarda, mi guarda, e non dice niente. Allora vado diretto, rischiando la scortesia, e gli chiedo: “Ma tu, adesso, cosa pensi? cosa pensi della domanda del tuo giovane?”.

La sua risposta è una lezione di vita.
“Il mondo è cambiato. Il mondo è cambiato. Prima di te, quando arrivava un bianco nel nostro villaggio, io mi dovevo nascondere, tutti i giovani si nascondevano nel bosco, scappavano. I bianchi venivano per ordinarci i lavori forzati. Per costruire le strade eravamo costretti a portare le pietre in testa, e se non obbedivamo, e se cercavamo di riposarci, ci picchiavano con i bastoni. Per questo scappavamo. Avevamo paura, terrore. Il mondo è cambiato. Da allora, dal ‘74 (data dell’indipendenza della Guinea-Bissau), tu sei il primo bianco che viene qui a trovarci. E vieni in pace. Il mondo è cambiato. Tu sei il primo bianco che si è seduto a casa mia, accanto a me, per ascoltare le mie parole. Il mondo è cambiato. Tu vuoi sapere cosa penso? Il mondo è cambiato, e io sono felice oggi. Tu puoi venire quando vuoi, tu puoi fare tutto quello che vuoi e che i miei giovani ti chiedono, perché vieni in pace, e pace troverai. Adesso che ho visto come il mondo è cambiato, io stesso posso morire in pace!”.

La pelle d’oca.

Mi sembra che sia esagerato: il primo bianco che arriva a Mansacuda dal 74??? sono quasi quaranta anni… e poi, veramente i coloni portoghesi usavano questi metodi???
Lui mi risponde come si risponde ad un ragazzino a cui si vuole bene: “Prova a chiedere agli altri anziani del villaggio, ti diranno tutti la stessa cosa. Il mondo è cambiato, e adesso sono felice di terminare la mia vita in pace”.

Poi chiede alla moglie di prendere i suoi documenti: segno di confidenza e di apertura verso di me. Mentre aspetto, con la coda dell’occhio guardo Kunté e gli altri giovani: sono con un volto radiante. Pasquale, veramente un volto pasquale!
Poi arrivano le carte: il capovillaggio mi racconta che ha reagito alle violenze arruolandosi nell’esercito di liberazione, con tanto di gradi. E mi fa vedere, orgoglioso, che è stato un graduato di quell’esercito, ha ancora i documenti di identità di allora.
Chissà quante ne ha passate. Verrò ancora in questo villaggio ad ascoltare la sua storia, la sua vita. Verrò anche per i suoi giovani, che intanto potranno iniziare la catechesi a Marsaso, anche loro. Sono pochi chilometri, ma hanno tanta voglia!

Alla fine ci salutiamo stringendoci forti le mani e guardandoci negli occhi. Gli dico “grazie”. Mi dice “grazie a te che sei venuto. Il mondo è cambiato”.

Quando il Signore mi dona giornate come questa, lo sento. Lui è risorto. Lui fa risorgere le persone.
Come vorrei che fosse qui il mio Vescovo mons. Francesco Pio, che mi ha mandato, con la Chiesa di Foggia-Bovino, a cambiare la storia di questo sperduto villaggio di Mansacunda. Come vorrei che fossero qui tanti di quegli amici che leggono le mie povere note, appassionati dalla mia missione. Vorrei che anche voi vi sentiate dentro questa storia, vorrei che fosse toccata con mano non solo da me, ma anche da ognuno di voi.
Tocca a me, in questo territorio che ancora soffre delle ferite di guerre e usurpazioni, annunciare che Cristo è il Signore.

Buona Pasqua, cari amici. Buona Pasqua.

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