La missione di Bigene: 58 villaggi su 300 km quadrati

La missione di Bigene: 58 villaggi su 300 km quadrati
Il territorio della missione di Bigene: 58 villaggi su 300 km quadrati, a nord della Guinea-Bissau e confinante con il Senegal.

6 dicembre 2013

Diario 23: I 4 dell'ave maria

1 Settembre 2013
Villaggio di Liman. Questo bellissimo bambino ha un nome meraviglioso. Si chiama Papa Francesco. In onore del Papa e di Francesca Brotzu che è passata dal suo villaggio poco dopo la sua nascita. È veramente un bambino bellissimo. Ha cinque mesi. Passando la mamma me lo fa vedere, e mi chiede aiuto per lui, per Papa Francesco: non riesce più ad allattare il suo ultimo bambino, ha perso il latte. In altri villaggi (dove non arrivano i missionari) i bambini come lui entrerebbero in seria denutrizione: se termina il latte materno, non possono mangiare il riso degli adulti, e non esistono altri cibi nei villaggi. Ma Papa Francesco non avrà nessuna difficoltà, sta bene e continuerà a stare bene, perché la mamma lo porterà al Centro Nutrizionale della missione, e troverà latte con vitamine e pappe per questo nostro amico. Non temere, Papa Francesco: ci siamo noi ad aiutarti!

3 Settembre 2013
Bissau. La vedete la ragazza accanto a me? Beh, sembra quasi scomparire.... Ma è una ragazza grande per tutta la comunità di Bigene. Si chiama Numò Camarà, e proviene dal villaggio di Sanò 2 (il villaggio che chiede l’evangelizzazione e che inizieremo tra poco). Numò ha studiato a Bigene nella scuola delle suore, ospite di parenti. Poichè voleva continuare gli studi, è stata accompagnata dalle suore di Ingoré dove ha proseguito la sua formazione. In questi anni ha sentito la chiamata del Signore: dopo aver ricevuto il battesimo, ha iniziato la verifica vocazionale e adesso entrerà come novizia presso le Suore Adoratrici del Preziosissimo Sangue (che hanno tre case in Guinea-Bissau: a Ingoré, a Bula e a Bissau). Numò mi conosceva, ma non mi ricordavo di lei quando sono stato al suo villaggio per i primi contatti prima dell'evangelizzazione. È una ragazza di 24 anni serena e felice, e mi sembra ben motivata. Se il Signore vuole, questa potrebbe essere la prima vocazione di Bigene, e proveniente da un villaggio dove le persone non conoscono Cristo. Anzi, il papà di Numò è l'animatore della Chiesa Nuova Apostolica presente nel villaggio. Insomma: lo Spirito compie la sua opera prima ancora che arrivi il missionario. Le suore di Bigene e di Ingoré avranno sicuramente un ruolo importante in questa vocazione, e sono certo che Numò ha bisogno della nostra preghiera. Al suo villaggio inizieremo a ottobre ad annunciare Cristo, e lei inizia a ottobre il noviziato. Benediciamo il Signore!
Nella foto, oltre a Numò (accanto a me) vediamo un'altra ragazza che entrerà nel noviziato e Padre Marco.

5 Settembre 2013
Cari amici, calcolando che io non sono un giornalista (e non ho nemmeno nessuna pretesa di diventarlo) e che Andrei, come tutti i giovani della Guinea-Bissau, è di poche parole, mi sembra che il risultato di questa intervista sia ottimo. Lo condivido con voi, perché anche un ragazzo semplice e inesperto che vive a Bigene potrebbe riuscire a stupirci e a donare insegnamenti utili a tutti noi.
Dopo un mese dal suo ritorno dalla Giornata Mondiale Giovani (GMG) svolta a fine luglio a Rio de Janeiro, volevo capire cosa succede nel cuore di questo giovane. Non è facile: i miei giovani non sono abituati ad esprimere i loro sentimenti come i loro coetanei italiani. Ma ho voluto provarci. Ditemi voi se ne valeva la pena. A volte le risposte sono dettagliate, altre volte ci sono delle risposte che definirei secche. Cioè chiare e definite, senza tanti giri di parole. E queste risposte secche dicono tanto sulla vita di questo ragazzo e della mia gente cristiana di Bigene. Non dimentichiamo che siamo a Bigene, in mezzo alla foresta sub-sahariana, senza corrente elettrica e acqua nelle case, senza strade asfaltate e fognature. Eppure…

Ciao Andrei, dimmi qualcosa della tua vita, della tua famiglia.
Ciao. Mi chiamo André Djimali. Sono nato a Bigene il 30 novembre 1994. Primo figlio di mia mamma (ho lasciato le espressioni originali di questa cultura locale: mi sembrano interessanti!): la nostra famiglia è composta di 12 persone: mio papà è Alfredo, il catechista della Chiesa cattolica, mia mamma si chiama Neia, è la domestica nella casa dei padri missionari. Ho 5 fratelli più piccoli: Natalia, Pedru, Alberto, Renata e Mighel.
Ho studiato fino alla sesta classe a Bigene nella scuola dello stato, poi ho iniziato il liceo “Hermondade” a Bor (vicino a Bissau) fino alla nona classe. Lo scorso anno ho fatto la decima classe al liceo “Samora Moises Michel” di Bissau, dove fra poco inizio l’undicesima classe.
Sono stato battezzato nel 2000, nello stesso giorno in cui i miei genitori si sono battezzati e sposati con i sacramenti della chiesa. Così io sono cattolico da sempre, nato e cresciuto in una famiglia cattolica.

Noi viviamo in mezzo ad altre religioni: tu sei contento di essere cattolico?
Sono contento perché sento la presenza di Cristo nella mia vita. Quando soffro sento che Cristo è vicino a me.

Cosa hai pensato quando ti ho proposto di partecipare alla GMG di Rio?
Il primo giorno, quando ho avuto questa notizia, non potevo pensare a quanto era grande la mia gioia di poter fare questo viaggio. Non potevo immaginare a una opportunità come questa, di partecipare a una GMG con tantissimi giovani. Poi ho iniziato a fare i documenti per il passaporto, e ogni volta che facevo un documento sentivo che Cristo mi aiutava a realizzare questo sogno.

In quanti giovani della Guinea-Bissau siete andati a Rio, e come vi siete preparati?
Siamo andati in 13 giovani di tutta la Guinea-Bissau. Ci siamo preparati con incontri appositi sulla cultura del Brasile, e poi su come dovevamo comportarci. Ci hanno aiutato Padre Lino di Bissau e Padre Avito di Bafatà. Poi ci hanno accompagnati loro stessi nel viaggio a Rio.

Prima volta fuori dalla Guinea-Bissau: com’è il Brasile che hai visto?
È un popolo umile e ospitale, che ci ha accolti in modo completo, con tanta gioia. E per noi è stata una gioia grande essere ricevuti così. La prima città in cui siamo stati è Ibiporã, nella missione del PIME, poi siamo stati a San Paolo per la pre-giornata di preparazione all’incontro con il Papa, nella parrocchia di S. Francesco Xavier, e poi a Rio, nella parrocchia di Nossa Senhora Aparecida. San Paolo è grande, ma ben organizzata come città. Anche Rio. Mi è piaciuta molto la visita che abbiamo fatto a San Paolo ai centri che raccolgono i bambini di strada per aiutarli. Queste opere di carità verso i bambini poveri mi hanno impressionato.
Mi sono piaciute molto anche le loro strade e le loro macchine, totalmente differenti da come sono in Guinea-Bissau. E poi anche le montagne, che io non avevo mai visto nella mia vita (il territorio della Guinea-Bissau è tutto pianeggiante).
E poi la visita al Corcovado, con la statua di Cristo Rei: una cosa che mi ha molto impressionato. Una statua così grande, meravigliosa. Troppo grande. Mai visto una cosa così bella.

E poi hai incontrato Papa Francesco. Raccontaci…
Il primo giorno che lo abbiamo visto, era in una macchina bassa, e noi abbiamo corso per poterlo incontrare, o per vederlo da vicino. Io correvo con la mia bandiera della Guinea-Bissau in mano. Correvo, correvo…. Finché sono arrivato vicino alla sua macchina. La prima volta che vedevo un Papa da vicino. In quel momento mi sono sentito pienamente motivato, sentivo che ero veramente alla GMG con il Papa. Ho corso più degli altri, che sono rimasti indietro, e poi lo dicevo a tutti i miei amici: io l’ho visto, io l’ho visto. Il cuore mi batteva forte come non mi è mai accaduto prima.
La seconda volta ho visto il Papa a Copacabana, nella celebrazione di apertura della Giornata. Anche questa volta ho corso più degli altri, e sono arrivato vicino a dove passava con la macchina.
La terza volta nella Messa di invio: eravamo tutti uniti questa volta. E lui ha fermato la macchina per baciare un bambino, e noi eravamo lì, accanto a lui. Che posso dire? Le mie parole non possono esprimere quello che sentivo e sento.

Chi è per te il Papa?
Papa Francesco è il portavoce di Cristo nel mondo, è il messaggero di Cristo.

Ci sono delle parole del Papa che ti sono più care?
Certo, senza dubbio: “Bo bai sin medo pa evangeliza”. “Andate, senza paura, per evangelizzare”: è una parola che sento forte, come un altro comandamento da aggiungere ai 10. È Cristo che ci dice di andare, sin medo, pa evangeliza.

I tuoi amici con i quali hai condiviso tutto questo come si sono sentiti?
Tutti felici, in un ambiente di festa, con tante preghiere di tantissimi giovani che stavano uniti. Siamo stati bene assieme. Alcuni ci chiedevano se siamo della stessa parrocchia, ma noi siamo tutti di parrocchie diverse della Guinea-Bissau, ma tanto uniti tra di noi.

Cosa pensi di tantissimi giovani, di tutto il mondo, che stavano uniti per ascoltare le parole del Papa?
Quando ho visto giovani di tutto il mondo, ho pensato che veramente è Cristo che è uno solo, e ci unisce come un solo popolo, anche se venivamo da tutto il mondo. Noi della Guinea-Bissau abbiamo fatto amicizia con altri giovani di Hong-Kong, Messico, Venezuela, Senegal, Brasile. Anche dell’Italia, giovani provenienti dalla città di Verona e da altre città che non ricordo. Con loro abbiamo fatto amicizia in tanti momenti diversi. Ma è stata una cosa fantastica trovarsi così, uniti nella stessa fede.

Hai dovuto visitare anche Lisbona…. (a causa del volo di ritorno cancellato)
Che bella. Le piazze con le sue statue mi sono piaciute in modo particolare. Poi mi sono molto piaciuti quelli che stanno fermi come statue…. (gli artisti di strada).

Dopo Rio, cosa cambia per te?
Cambia il mio modo di comportarmi con le persone. Voglio comportarmi meglio con gli altri, voglio scegliere quello che è buono per tutti.

E cosa desideri studiare dopo il liceo?
Vorrei fare l’università, la medicina. Mi piacerebbe tanto. Se riesco a ricevere un sussidio, mi piacerebbe tanto studiare in Europa. Oppure anche a Bissau. Vorrei essere un medico. Vedremo.

Un bravo dottore cristiano può fare tanto bene nella sua vita. Sei consapevole di questo?
Si, io voglio aiutare la mia gente.

Ciao André, rimani come sei. Il Signore ti aiuterà sempre.

7 Settembre 2013
Don Marco è tutto contento perché oggi ha usato questa vecchia moto per andare a celebrare al villaggio di Farea. Io non sono contento. I disagi delle nostre strade e i temporali continui di questi giorni mi hanno lasciato preoccupato quando è partito. Abbiamo già ordinato la macchina nuova per lui. Cioè per la missione. È indispensabile. Se qualcuno mi vuole aiutare a comprare un bullone della macchina nuova si faccia avanti: sarà ben accetto! Anche due bulloni. Anche una ruota. Fate voi. Ma dobbiamo farcela!
...
Altra gran bella notizia da Bigene. Al villaggio di Baro, dopo la S. Messa seguita da una condivisione sulla necessità di costruire la chiesa in quel villaggio, e sulla responsabilità che la piccola comunità cristiana desidera assumersi, due giovani mi avvicinano e mi esprimono il loro desiderio di diventare catechisti.
Non sarebbe una notizia di grande valore se fossimo in Italia, dove comunità cristiane fondate su una lunga tradizione riescono a esprimere bravissimi catechisti colti e preparati.
I due giovani di Baro non hanno il battesimo! Sono fedeli alle catechesi e alla S. Messa domenicale (quando la possiamo celebrare), sono attenti e volonterosi, ma non conoscono ancora sufficientemente quel Cristo che desiderano annunciare. Occorre operare un discernimento, se il Signore vuole che diventino catechisti. Ci vorranno diversi anni di preparazione…
Ma questi due giovani non mi faranno dormire stanotte per la gioia che mi hanno trasmesso con la loro disponibilità. Sono i primi due giovani che si propongono di diventare catechisti da quando sono qui. Loro stessi si sono fatti avanti. Non è accaduto niente; ma è un segno grande.
Signore, ti ringrazio. E continua a benedire questa mia gente e tutta la mia missione. La nostra missione.
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Suor Narliene è arrivata a Bissau dal Brasile. La prossima settimana arriverà a Bigene per unirsi a noi in questa missione. La quinta missionaria a Bigene!

10 Settembre 2013
I pozzi realizzati in questo anno 2013 nel territorio di Bigene:
+ colonna 1 il nome del villaggio
+ colonna 2 la profondità totale dello scavo
+ colonna 3 la profondità del livello di acqua
+ colonna 4 la profondità dell'acqua dentro il pozzo
+ colonne 5 e 6 inizio e fine del lavoro
+ colonna 7 il numero degli anelli di cemento inseriti dentro il pozzo.
La pagina è realizzata dalla "Associazione Scavatori di pozzi di S. Domingos". I villaggi non sono scritti esattamente nel foglio. Questi i nomi esatti:
N'diaf (villaggio vicino a Baro, pozzo offerto da una persona di Foggia),
Kapal (sulla strada per Ingoré),
Bunquilim (villaggio tra i più poveri, a sud di Bigene),
Mansacunda Ovest (pozzo offerto dalla parrocchia di S. Giovanni Battista di Foggia; il villaggio è tra i più lontani da Bigene, oltre 20 km),
Baro (pozzo realizzato vicino all'ospedale),
Baro Grande (villaggio tra i più poveri, a sud di Baro, vicino al fiume),
Kapal 2 (secondo pozzo realizzato a Kapal per l'orto agricolo comunitario del villaggio),
Sidif Balanta (altro villaggio tra i più lontani).
Ingoré (questo non è un villaggio di Bigene, e riguarda la scuola di Ingoré) si trova per errore in questa lista.

La fattura operata dalla "Associazione scavatori pozzi di S. Domingos" riguardante i due pozzi realizzati con le offerte giunte nelle mie mani. Il pozzo di N'Diaf è offerto da una persona di Foggia; il pozzo di Mansacunda Ovest è offerto dalla parrocchia di S. Giovanni Battista di Foggia. Il prezzo di ogni pozzo è di 2.450.000 franchi dell'Africa Occidentale. Il cambio con l'euro è fisso: 1 euro = 655,957 franchi. Un pozzo costa così 3.735 euro. Sono opere realizzate molto bene, con anelli di cemento all'interno che permettono una maggiore igiene per l'acqua, usata per tutte le necessità: alimentari, igieniche, agricole.
Ancora una volta: grazie a questi amici!

13 Settembre 2013
Chi parla male del prossimo è un ipocrita che non ha “il coraggio di guardare i propri difetti”. È il monito levato da Papa Francesco, nella Messa di stamani alla Casa Santa Marta. E sentire che, a volte, ci sono anche sacerdoti, insegnanti, educatori che parlano male dei loro confratelli, colleghi..... Non meritano di essere ascoltati. Anche se hanno ragione su qualcosa, chi parla male perde tutte le ragioni.
...
Oggi arriva a Bigene suor Narliene Melo: la missione cresce!!!!!














22 Settembre 2013
Un fulmine si è abbattuto su Bigene. Morti. Feriti. Panico e disperazione. Dolori e pianti.
Una signora è morta di colpo. I suoi tre bambini hanno ferite lievi e spavento enorme. Un professore della nostra scuola della missione è morto dopo un'ora di tentativi per rianimarlo.
Noi missionari stiamo bene. Il fulmine è caduto a pochi metri da casa foggia.
Eravamo tutti riuniti per la programmazione pastorale. Lo spavento è stato forte: da saltare sulle sedie. L'impianto elettrico con la messa a terra ha funzionato, e sembra che non si sia bruciato niente.
Dopo pochi minuti è arrivato Joaquim a chiamarci. Siamo corsi all'ospedale, per tentare di essere utili. Tutta Bigene si è riunita davanti all'ospedale. Poi è arrivata l'oscurità, e sulla macchina abbiamo accompagnato i due cadaveri alle loro case.
E' stata una cosa terribile: centinaia di persone in lacrime. Mai vista una cosa così.
Volevamo portare il professore all'ospedale di Ingoré: eravamo già pronti a partire con le due macchine.
Ma poi non è stato possibile fare niente....
Domani sarà una giornata di lutto in tutta Bigene, e noi presenzieremo, anche se i due morti non erano cristiani.
Adesso lasciateci piangere con la nostra gente.

24 Settembre 2013
“Chiediamo al Signore di avere la tenerezza che ci fa vedere i poveri con comprensione e amore, senza calcoli e senza timori”. (Twitter, Papa Francesco)

27 Settembre 2013
Ringraziamo GIBI onlus e SOLIDAUNIA onlus che hanno inviato il loro container con gli ultimi pacchi di quaderni che erano stati raccolti l'anno scorso, per i bambini delle scuole di Bigene. Il container è partito oggi da Foggia. I "Missionari di Bigene" ringraziano di questa bella e costruttiva collaborazione.

28 Settembre 2013
Durante l’assemblea pastorale della diocesi di Bissau, tenutasi in Curia a Bissau il 25 settembre, un funzionario statale ha comunicato questi dati ufficiali sulla situazione della popolazione in tutta la Guinea-Bissau:
nel 2002 i poveri erano il 64,7 % della popolazione; nel 2010 sono aumentati al 69,3 %;
nel 2002 i poveri estremi erano il 20,8 % della popolazione; nel 2010 sono aumentati al 33,0 %.
Per persona povera si intende una persona che ha in media un dollaro al giorno per vivere.
Per persona povera estrema si intende una persona che ha meno di un dollaro al giorno per vivere.
Questi dati sono molto preoccupanti, anche per i seguenti motivi:
a) la povertà normale e la povertà estrema tendono ancora ad aumentare, non a diminuire;
b) la raccolta di cadjù, unico prodotto che la Guinea-Bissau riesce ad esportare, nel 2012 e 2013 è stata molto scarsa.
Considerando che la popolazione di Bigene, a confronto con la capitale ed altre cittadine che offrono piccole possibilità di impiego o piccolo commercio di prodotti agricoli, si trova ulteriormente indebolita per la lontananza dal centro dello stato, la percentuale del 33 % di poveri estremi è sicuramente ben superiore nella nostra missione.

30 Settembre 2013
FULMINE, MORTE, AMICIZIA.
Ci sono avvenimenti che si vorrebbero dimenticare in fretta. Toglierli dalla mente, e non pensarci più.
Ma quel fulmine non lo posso dimenticare: anche da un male così grande possiamo cogliere delle vere possibilità di bene.
Domenica 22 settembre, ore 17.30 del pomeriggio: siamo riuniti in quella che sia chiama “equipe missionaria”. È la riunione che si tiene dentro le nostre missioni, per organizzare e verificare i programmi della nostra pastorale missionaria. Tutti i missionari di una missione, suore, sacerdoti e laici, si mettono assieme per questo servizio pastorale. Adesso che sono arrivati anche don Marco e suor Narliene, ci troviamo maggiormente coinvolti in questa pastorale missionaria comunitaria.
Con suor Merione e suor Nella, oltre ai “nuovi” missionari, siamo seduti al tavolo di “casa foggia”, verificando le evangelizzazioni compiute lo scorso anno nel nostro territorio. Siamo dolcemente accompagnati da un bellissimo temporale: atteso e benvoluto. C’è scarsità di acqua in questa estate, come nel 2011. È proprio un bel temporale, con tanta acqua, a rallegrare la nostra riunione.
Poi è arrivato lui. Senza alcun preavviso, senza mandare i suoi compagni che iniziano a farsi sentire da lontano, e così ci si può preparare. È arrivato all’improvviso. Veloce. Assordante. Da solo.
Il fulmine è sceso qui! Sulla casa dei sacerdoti, o qui vicinissimo. Siamo sobbalzati sulle sedie; suor Narliene, molto più “agile” di me, è letteralmente saltata sulla sedia. Immediatamente la corrente elettrica è saltata. Vado alla sala delle batterie dove sono collegati i due sistemi fotovoltaici e vi sono le centraline elettriche. Ad un primo momento mi sembra che ci sia del fumo. Don Marco controlla meglio: mi sono sbagliato. Proviamo a riattivare l’impianto elettrico e tutto funziona. Tiro un bel sospiro di sollievo: l’impianto con la messa a terra ha funzionato bene. Però, che spavento….
Riprendiamo il nostro lavoro senza sospettare quello che, invece, è tragicamente accaduto accanto a noi. Il rumore della pioggia sui tetti della casa non ci permette di udire le prime grida di chi, disperato, inizia un lungo pianto, che non si sarebbe fermato….
Joaquim arriva di corsa, dopo pochissimi minuti. Lui è il nostro operatore fisso nel Centro di Recupero Nutrizionale. Parla in modo confuso, e non riusciamo subito a capire quello che sta dicendo. Ci rendiamo conto di qualcosa di grave che poi riesce a spiegarci con più calma. Prima quasi increduli, ma subito poi coinvolti nell’angoscia, ci rendiamo conto che il fulmine è sceso nella casa davanti alla nostra, a pochi metri dal portone di ingresso al territorio della missione. E ha seminato morte.
Joaquim parla di cinque persone coinvolte: una mamma, i suoi tre bambini, e un uomo. Sono stati portati tutti al nostro ospedale di Bigene, ma la mamma è sicuramente già morta, ha una visibile ferita alla testa causata dal fulmine. Ci spiega velocemente tutto e ci invita ad andare a vedere, perché potrebbe esserci bisogno di noi. E l’uomo è molto grave, è Leandro, uno dei nostri professori alla scuola della missione.
Decidiamo di correre tutti davanti all’ospedale, e spostiamo le nostre due macchine, per ogni evenienza possa accadere per soccorrere queste persone. L’ospedale di Bigene è chiamato così, ospedale, dalla gente del luogo. Ma non ha niente a che vedere con un ospedale! È una struttura dello stato dove operano un infermiere e un’ostetrica, sostenuti dalla presenza di un analista e di un portinaio. Una sala parto e una sala per gli ammalati, un ingresso e sempre tanta gente che aspetta fuori quando un ammalato ricorre a questa struttura.
Ci sono centinaia di persone nella piazza del paese, davanti all’ospedale. È come la piazza principale, accanto alla chiesa, su cui si affacciano alcuni negozietti. La pioggia sta terminando. I volti sono bagnati. Alcuni volti sono bagnati anche dalle lacrime. Tensione alle stelle, via vai di persone dall’ospedale. Le notizie si accavallano, ma dopo pochi minuti emerge la situazione reale.
La giovane mamma è morta subito. È rinchiusa nella sala parto, dove nessuno deve entrare. E nessuno deve dire che è morta: ci sono i suoi tre bambini nella sala d’ingresso.
Leandro sta morendo. Il fulmine ha toccato il suo corpo, il cuore batte senza regolarità, l’infermiere sta praticando le sue azioni necessarie per tentare di rimettere il cuore in norma. Ma niente.
Gli sguardi di tutti sono molto tirati. Molte persone mi guardano per capire dalle mie espressioni che cosa sta accadendo. Entro per parlare con l’infermiere, se riesco. E per capire qualcosa di più.
Leandro ha terminato la sua vita su questa terra. Mi preoccupo dei tre bambini. Sono di età tra i sei e i dieci anni. Il più grande lo riconosco subito, siamo amici. È il più sofferente. Anche i due più piccoli stanno male. Ma non stanno male per il colpo diretto del fulmine, che sembra abbia prodotto solo un forte calore alla base dei piedi. Stanno male per lo spavento, e perché hanno visto la mamma in quello stato. Il piccolo amico, quando mi vede, si riprende un pochino. Gli dico che deve avere il coraggio di essere il fratello più grande dei tre, e di non temere, che non c’è più motivo di spaventarsi. Parlo con la bocca, ma nel cuore vorrei stringerlo per piangere con lui…
Con l’infermiere decidiamo i passi da compiere. E così avviene.
Un aiutante dell’ospedale prende i tre bambini e li fa uscire: i bambini non devono vedere i defunti, e non devono assistere a ciò che sta per accadere. Tutti capiscono che questa è la prima scena. I tre piccini si tengono stretti tra di loro, quasi fanno fatica a camminare: sguardo fisso a terra, nessuno che si rivolge a loro, e tutti che pensano a chi deve uscire adesso da quella porta.
Dopo due minuti la porta si riapre: esce il corpo della mamma. Le donne della piazza gridano il loro dolore, i giovani piangono quasi sottovoce: non c’è più tempo per guardarci negli occhi, tutti che guardano quel corpo sollevato dalle mani degli uomini. Alcune donne si rotolano a terra, in mezzo al fango: è un loro modo per manifestare la loro disperazione verso la morte della loro amica. Il corpo sale sulla mia macchina e viene accompagnato a casa. Solo i suoi familiari seguono la defunta, mentre la macchina procede lentamente.
Poi la macchina ritorna indietro; e tutti comprendono ancora cosa sta per succedere. Qualche uomo comincia a gridare, a chiamare il nome di Leandro, e tutti capiscono. Esce il corpo dalla finestra: mani vigorose lo appoggiano sulla mia macchina e tutti gli uomini piangono. Non succede mai: qui gli uomini non piangono mai, e se lo fanno, lo fanno di nascosto. Ma è troppo questo dolore per questa scomparsa così furtiva dell’amico conosciuto in tutta Bigene. E anche gli uomini piangono.
La macchina porta il corpo alla sua abitazione. Per tutta la notte si sentono le lamentazioni tipiche della mia gente. Sono come dei ritornelli cantati e ripetuti per ore e ore.
Anche noi missionari ritorniamo nelle nostre case. La nostra presenza non è servita a niente. O forse è stata molto utile a dimostrare, ancora una volta, che siamo qui a gioire con chi gioisce e a piangere con chi piange.
Il lunedì mattina celebriamo la S. Messa con la partecipazione dei nostri amici cristiani. Al termine ci rechiamo tutti alla casa di Leandro. La mamma dei tre bambini è stata portata via, durante la notte: il suo funerale si svolgerà al paese nativo, lontano dallo sguardo dei suoi bambini, come si usa fare qui. I bambini vengono sempre allontanati dai funerali: si pensa che poi potrebbero fare brutti sogni, e potrebbero stare molto male.
Alla casa di Leandro ci sono già molte persone, i parenti lontani sono in viaggio. Gli uomini anziani stanno già procedendo per iniziare gli scavi della fossa dove sarà sepolto il corpo, nel giardino di casa. Sono gli uomini anziani che organizzano tutto quello che serve per i funerali. Noi rimaniamo in silenzio, guardiamo, salutiamo i familiari. Non si esprimono parole: la presenza parla più di tutto.
Leandro non era cristiano. Non era nemmeno musulmano. Un bravo uomo, insegnante di lingua francese alla scuola dello stato e alla scuola della missione. Una persona seria e rispettata da tutti. Nel momento del fulmine era sotto la veranda di casa dove stava preparando del cibo cotto sul fuoco. Aveva in mano degli strumenti di ferro per cucinare. Anche la donna, dall’altra parte della casa, stava cucinando per i suoi bambini. Anche lei teneva i ferri in mano. Dentro la casa vi erano altre persone che non sono state toccate dal fulmine, solo toccate dallo spavento. Come noi nella nostra casa.
Dopo i nostri doverosi saluti ci ritiriamo, e ci diamo appuntamento, con tutti i cristiani, per il pomeriggio, nell’ora in cui Leandro sarà sepolto. Dobbiamo essere presenti, con la nostra preghiera silenziosa, ma presenti.
Nel pomeriggio ci ritroviamo tutti, ma avviene qualcosa di inaspettato. Un cugino del defunto mi chiede esplicitamente di andare a pregare. Con la preghiera della Chiesa cattolica. Naturalmente dico subito di sì, dopo aver verificato che nella famiglia siano tutti d’accordo di ricevere la preghiera cristiana cattolica. Dico questo perché, a volte, succede che nella stessa famiglia ci siano persone di altre Chiese, o altre religioni, ed è prudente chiedere che tutti siano sereni nell’accettare la mia preghiera.
Rimango comunque sorpreso: non me l’aspettavo.
Arriviamo all’abitazione e iniziano le loro cerimonie. Il corpo del defunto è portato davanti alla casa e rivestito di vari panni. Una confusione fatta di pianti, di canti, di ordini pronunciati dagli anziani su come si devono compiere queste azioni. Noi cristiani rimaniamo scostati, in attesa.
Poi qualcuno detta l’ordine: “Adesso ascoltiamo la preghiera del padre!”.
Si apre un varco per farmi avvicinare al defunto. Scende un silenzio profondo. Chiedo di allargare il cerchio per permettere che i cristiani si riuniscano in preghiera attorno a Leandro. Il corpo è lì, avvolto nei suoi panni, disteso a terra su una stuoia.
Introduco la preghiera spiegando a tutti che è la famiglia a chiedermi di pregare, e che tutti, anche i non cristiani, possono ascoltare, senza alcun problema. Mi aspetto che i musulmani presenti si spostino dal cerchio della preghiera; anche altri non credenti, di solito, lasciano spazio a chi desidera pregare.
Ma questa volta non si muove nessuno. Forse il dolore che ci unisce è così forte che fa superare tutte le nostre distinzioni di fede. Commento il passo delle beatitudini dopo aver letto il Vangelo. Ho come la sensazione che mi stiano tutti ascoltando. E quando parlo di Dio che è Padre e che è ricco di misericordia con tutti, noto alcuni uomini anziani, non cristiani, confermare con il segno del capo le mie parole. Forte di questa impressione, affermo che dobbiamo essere tutti sempre più uniti, perché grande è il nostro dolore, e grande deve essere la nostra unione oltre il dolore di questo giorno.
È come se qualcosa avesse toccato i loro cuori: vedo gli anziani che confermano, con il capo, tutto quello che dico. E quando un anziano fa capire la sua approvazione, quella emozione è di tutti i presenti, nessuno si permette di non essere in sintonia con gli anziani.
Non è accaduto nulla di preciso, ma ho la forte sensazione che qualcosa di nuovo è accaduto. Nei giorni seguenti noto alcuni anziani che mi salutano con più attenzione, alcuni si fermano a dialogare sul dramma accaduto in mezzo alle nostre case.
La morte è sempre un male. Sempre.
Ma da questi avvenimenti dolorosi è come se fosse cresciuta, tra la mia gente, una amicizia ancor più profonda. Noi cristiani siamo la minoranza. Ma una minoranza che cresce e che sempre più si fa sentire. E dobbiamo crescere in rapporti di fraternità e solidarietà con chi vive in mezzo a noi, accanto alle nostre case. Le lacrime e i dolori, a volte, ci fanno anche crescere. E se i non cristiani ci chiamano per stare con loro, per pregare per loro, penso che Gesù sia molto contento.

1 Ottobre 2013
Il mese di ottobre, mese missionario, inizia con una grande domanda missionaria. Una delegazione del villaggio di Samudje si è presentata per chiedere di iniziare la prima evangelizzazione anche nel loro villaggio.
Samodje è un villaggio collocato al nord della strada per Farim. Un grosso villaggio a maggioranza musulmana. Non abbiamo mai avuto contatti con loro salvo qualche visita per presentarci. Penso che abbiano ricevuto una buona testimonianza dalla comunità cristiana di Facam, uno dei loro villaggi confinanti.
Noi missionari stiamo ancora organizzando per procedere alla prima evangelizzazione dei villaggi che lo scorso anno ci hanno chiesto di diventare cristiani, e già ci troviamo con altri fratelli che desiderano conoscere il "vero Dio" (loro parole).
Cari amici: continuate a invocare la luce e la forza dello Spirito Santo sulla nostra missione di Bigene. Ne abbiamo bisogno, visto che questa missione non si ferma mai!
...
La cartina geografica aggiornata di Bigene e dei suoi 58 villaggi. Un grazie particolare a Giorgio Parise per la realizzazione, e un saluto speciale agli amici che hanno potuto visitare questa terra.

Primo giorno di scuola nella scuola della missione di Bigene. Tra tante foto di scuole in costruzione, guardiamoci anche questi bravi bambini di Bigene, che al ritmo dei tamburi iniziano il loro lavoro scolastico che terminerà a fine giugno. Auguri ragazzi, siate forti e attenti ad imparare: crescerete con molte più possibilità di realizzare la vostra vita.

È arrivato il tempo per aggiornare la nostra foto di gruppo. Da sinistra: suor Nella (Taranto), don Marco (Foggia), suor Merione (Brasile), suor Narliene (Brasile) e don Ivo (Foggia).






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Nei mesi di gennaio-settembre 2013, presso il Centro di Recupero Nutrizionale della missione di Bigene, abbiamo aiutato 69 bambini denutriti, 84 bambini gemelli, 21 bambini orfani, per un totale di 174 bambini. Abbiamo aiutato anche 117 mamme in gravidanza e 183 mamme con difficoltà di allattamento, per un totale di 300 mamme. Le persone aiutate sono in tutto 474. Grazie a tutti gli amici che ci aiutano ad aiutare.

2 Ottobre 2013
Il piccolo Ivo di Kapal scoppia di salute: è fin troppo evidente! Gli ho donato un piccolo cavallo di plastica per giocare e non gli sembrava vero! Chi non sta bene è la sua mamma. Sul suo petto si possono scorgere tumefazioni della pelle molto evidenti. La signora Neia mi aveva già parlato, in passato, di queste ferite, sorte un paio d'anni fa. Devo ammettere i miei errori: non le ho dato la giusta e doverosa attenzione. Mi sembravano come le ferite di chi è rimasto ustionato da bambino, e si porta sulla pelle i segni per tutta la vita. Sono tante le persone che subiscono ustioni attorno al fuoco che si prepara per cucinare. Mi pento amaramente del mio errore per non aver ascoltato con attenzione la sua domanda di aiuto. Quando c'è un bambino denutrito, subito mi fermo. Con questa brava signora, invece, ho sbagliato io. Oggi Neia è venuta a piedi fino a casa mia (9 chilometri) per dirmi che sta applicando delle pomate, ma i dolori aumentano, giorno e notte. Sul petto è rimasto del cotone che copre un foro. Forse sono le cosiddette piaghe africane: sono delle piaghe che si formano e crescono sempre più perché non sono medicate, con il rischio di creare infezioni sempre più grandi. Mi sono sentito male quando mi ha raccontato tutto questo, e io non avevo fatto ancora niente per lei. Abbiamo concordato una visita da uno specialista a Ziguinchor, in Senegal, dove esiste un vero ospedale e lei può essere assistita dai familiari.
Con i fondi del progetto "Avevo fame..." riusciamo ad aiutare non solo i bambini denutriti, ma anche altre persone ammalate, come Neia, che non riuscirebbero a trovare le cure necessarie senza il nostro aiuto. Vi chiedo di pregare per Neia: ha altri tre bambini a casa. E pregate anche per me: che il Signore mi illumini di più quando devo intervenire. Spero di essere perdonato.

4 Ottobre 2013
In attesa di domani. Alle 9.30 saremo a visitare il villaggio di Samodje, dove alcuni rappresentanti ci hanno chiesto di iniziare una nuova evangelizzazione. Sarà il primo incontro con queste persone. Già immagino cosa mi diranno, cosa chiederanno... Se hanno già mandato i loro rappresentanti, significa che chiedono di entrare nella Chiesa cattolica e di ricevere la prima evangelizzazione. Intanto, questa attesa è strana e bella, speriamo che arrivi presto domani mattina.

5 Ottobre 2013
I MANDJAKO, CONOSCERE DIO E IL POZZO.
Volentieri condivido l’incontro che abbiamo avuto questa mattina al villaggio di Samudje. Ci siamo recati don Marco, suor Merione, suor Narliene ed io. Hanno partecipato anche alcuni amici del vicino villaggio di Facam, dove i cristiani sono ben presenti e vivono con impegno la loro fede.
Una rappresentanza del villaggio era venuta nei giorni scorsi a Bigene, per incontrarsi con me e chiedere l’inizio dell’evangelizzazione. Samudje è un villaggio molto grande, di 900 abitanti, a maggioranza musulmana. Hanno costruito lo scorso anno una nuova moschea con un finanziamento proveniente dai paesi arabi. Io sono convinto che proprio la costruzione della moschea sia stata occasione opportuna per la gente del villaggio che non è musulmana. Immagino che si siano chiesti: “E noi, quale percorso vogliamo fare se non siamo musulmani?”. Prendo questa domanda dalla condivisione che uno di loro ha offerto a tutti noi. Forse questa loro domanda parte anche da una convivenza con i musulmani, che non è difficile, ma che distingue i due gruppi. Gli abitanti dell’etnia Balanta-Mané sono musulmani; quelli che appartengono alla etnia Mandjako si definiscono cristiani. Ma è una definizione che danno di se stessi solo per non confondersi con la religione dei musulmani. Ci sono due scuole: la scuola comunitaria comprende bambini Mandjako e qualche bambino Balanta-Mané, la scuola coranica ha solo bambini Balanta-Mané. Le due scuole sono molto diverse; quella comunitaria educa i bambini alle materie richieste dallo stato, come in Italia: lingua portoghese, matematica, scienze e altro. La scuola coranica è ben diversa.
Anche territorialmente le due etnie si distinguono: una parte del villaggio è per i Balanta-Mané, l’altra parte è per i Mandjako. Ma a parte queste distinzioni nette ed evidenti, quando siamo arrivati abbiamo incrociato un anziano musulmano con il quale non ho potuto parlare, ma che ha affermato la sua contentezza se i Mandjako iniziano l’evangelizzazione della Chiesa cattolica. Anche durante l’incontro ho potuto verificare che non ci sono difficoltà da parte dei musulmani se noi iniziamo questo nuovo percorso. Un percorso proprio nuovo, perché questi fratelli non hanno mai chiesto a nessuno di essere aiutati a “conoscere Dio”. E nemmeno nessuno è mai andato da loro ad offrire questo aiuto, come è accaduto in altri villaggi per mano della “Chiesa Nuova Apostolica”: una chiesa nata in ambiente protestante del Brasile, che ha tentato di fare proseliti attorno a Bigene, con risultati scarsi.
Mi permetto di parlare di proselitismo per un fatto a me molto chiaro: non sono io che vado nel villaggio a proporre la mia fede. Sono gli abitanti del villaggio che vengono da me a chiedermi se vado da loro. E quando vado, come oggi, vado ad ascoltare le loro richieste e a dimostrare la mia disponibilità alla loro domanda di conoscere Dio. Altri vanno per i villaggi con sacchi di riso per tutti, o con soldi per costruire luoghi di culto. Vi è una differenza evidente nel modo di proporre la nostra fede cattolica. Anche noi costruiamo chiese nei villaggi, dopo che per anni gli abitanti di quei villaggi ci chiedono la casa per pregare. Anche noi aiutiamo i villaggi in tanti modi, occupandoci di scuole, pozzi, strade… ma non è per questo che chiediamo di evangelizzare, e quello che costruiamo è per tutti, senza alcuna distinzione di religione.
L’incontro è stato buono. Non vi era molta gente: è tempo di lavoro intenso nelle risaie e in altre coltivazioni agricole. Ma ci siamo conosciuti, ci siamo ascoltati, e mi è sembrato che l’uomo-grande dei Mandjako, il loro responsabile, sia stato molto preciso nella richiesta: “Noi non possiamo continuare a non conoscere Dio, e vogliamo conoscere Dio con la catechesi della Chiesa di Bigene!”. Poi abbiamo scoperto che ci sono tra loro due donne già battezzate, provenienti dal vicino Senegal: non gli sembrava vero che noi fossimo arrivati nel loro villaggio. La loro fede si è attenuata perché non hanno più avuto contatto con la Parola di Dio da molti anni, ma non hanno perso la speranza di continuare a vivere da brave cristiane. La loro gioia sarà un esempio per tutti gli altri, ne sono convinto.
Dopo questo primo incontro sarà necessario parlare con gli altri catechisti, e nella comunità cristiana: non sono io da solo che decido di iniziare una nuova evangelizzazione. Ci vorrà del tempo per delle altre verifiche necessarie, da compiere nel villaggio. Dovrò incontrare il capovillaggio e gli altri uomini anziani per presentarmi, e sentire la loro parola.
Dopo due ore di buon dialogo, ci siamo scambiati i numeri di telefono e ci siamo dati appuntamento per sabato 9 novembre. Quel giorno vorrei recarmi in quel villaggio per un incontro più allargato con più persone del villaggio stesso, e con più amici di Facam, e con gli ospiti di Foggia che saranno a Bigene per quella data. Ospiti importanti! Vi dirò…
Una cosa, però, la vorrei dire subito: ho intuito che i Mandjako non hanno un pozzo vicino alle loro case. I pozzi ci sono nel villaggio, ma sono tutti dall’altra parte… Mi sa tanto che il prossimo pozzo che potrò costruire sarà proprio qui!
Aspetta. Ho ancora un’ultima cosa da dirti: questi diventeranno bravi cristiani. Me lo sento!

9 Ottobre 2013
Giornata difficilissima quella di ieri a Bissau. Sembra che alcuni Nigeriani abbiano tentato di rapire dei bambini per il commercio di organi. La folla si è inferocita e sono stati uccisi. La rivolta è continuata davanti all’ambasciata della Nigeria, protetta da soldati nigeriani che partecipano alla protezione del Paese dopo il golpe dello scorso anno. Una situazione molto complicata che evidenzia, ancora una volta, la ingovernabilità di questo paese e la stanchezza della popolazione. In passato non vi erano mai stati rapimenti di bambini. Mancava solo questa piaga, che da alcune settimane si sta manifestando nella capitale.
Povera Guinea-Bissau, sempre più impoverita.

14 Ottobre 2013
Vi presento alcuni dei miei giovani amici del villaggio di Liman. Si sono vestiti con le magliette belle e sono venuti a piedi (8+8 km) fino a Bigene per prendersi un poco di materiale scolastico che è arrivato nel container. Quaderni, matite, penne, temperini, gomme e uno zainetto favoloso. Andranno a scuola, sempre a piedi, nella vicina Baro (3+3). Vi assicuro che sono ritornati al loro villaggio molto felici, ringraziando con tutto il cuore i loro amici italiani che hanno inviato questi bellissimi zainetti nuovi. Non conosco chi ha fornito questi zainetti. Vi sono impressi gli stemmi di "Unione Europea Fondo Sociale Europeo", "Ministero della Pubblica istruzione" e "Circolo Didattico Statale P.G. Catanoso Reggio Calabria". Vengono da Reggio Calabria? Benvenuti a Bigene!!!

15 Ottobre 2013
Domani a Bigene i musulmani celebrano la festa del “tabaskin”: la festa che ricorda il sacrificio ordinato da Dio ad Abramo per metterlo alla prova. Abramo doveva immolare il figlio Isacco, ma all’ultimo momento un angelo del Signore lo ha fermato. L’episodio, che è raccontato nella Bibbia, è importantissimo per i nostri fratelli musulmani, che in questa festa vogliono dimostrare la loro fede e la loro totale sottomissione a Dio. E dopo una solenne preghiera che faranno tutti assieme, dentro e fuori della moschea, mangeranno carne dei loro animali, preparati per l’occasione.
Al capovillaggio di Indaià, poveretto, è morta la capra. Una festa senza la capra da mangiare non è festa: anche il fedele Abramo si è mangiato la capra dopo la dimostrazione della sua fede! Allora ha pensato bene di chiedere soccorso al capovillaggio di Bigene, che tutti sanno essere mio amico, e che questa mattina è venuto a raccontarmi il guaio che è accaduto al suo amico di Indaià. Va bene, aiutiamo i musulmani a mangiare la capra! Ho fatto il mio dovere di solidarietà, e per la contentezza il capovillaggio mi ha invitato alla loro preghiera dentro la moschea. Mi ha detto che conserverà un angolo tutto per me.
Bella questa! Dir di no, come facevo? Gli ho detto di sì, e quello mi ha sorriso con tanta contentezza. E adesso che gli ho detto di sì??? Io non sono mai entrato in una moschea durante la preghiera. Per tanti motivi, soprattutto per rispetto alle persone che pregano mentre io non capisco una parola di quello che dicono. Sono felice di fare questa nuova esperienza, che permetterà una ulteriore crescita nei nostri rapporti di fraternità e amicizia. Ma non mi è ancora chiaro come mi devo comportare, cosa devo o non devo fare… Loro pregheranno secondo le loro modalità di fede musulmana e io pregherò nel mio cuore. Va bene così?
Però, finita la preghiera, non chiedetemi anche di andare a mangiare la "mia" capra: non me la sento proprio….
Domani vi racconto.

16 Ottobre 2013
LA PREGHIERA, I MUSULMANI E LA CAPRA
Eccomi tutto pronto per andare a vedere e ascoltare la preghiera dei miei fratelli musulmani di Bigene. Arrivo davanti alla moschea per primo, alle 9.30. Mi aspettavo movimento di persone e invece c’è una calma incredibile, quasi silenzio. Un passante si stupisce della mia presenza davanti alla moschea, ancora chiusa, e mi viene a chiedere se ho bisogno di qualcosa. Alla mia spiegazione che il capovillaggio mi ha invitato alla preghiera, scatta come una molla: tre giovani vengono chiamati, da luoghi differenti, per essere mandati a casa di Alfonsene. Questo è il nome del capovillaggio di Bigene. Dopo un minuto arrivano due sedie: una per me e una per chi mi deve fare compagnia. Così ci sediamo sotto l’albero accanto alla moschea, e in pochi minuti passano a sedersi varie persone che vengono a salutarmi e ringraziano dei miei auguri per la loro festa. Ho il tempo per vedere vari ragazzi che stanno pulendo un ampio spazio sotto il baobab, dall’altra parte della moschea: intuisco che deve succedere qualcosa in quello spazio.
Dopo alcuni minuti arriva di corsa un signore che non conosco, vestito in modo non usuale, con un turbante di stoffa color oro in testa, un copricorpo nero e le scarpe bianche. Sembra quasi una bandiera! Viene diretto verso di me e viene a scusarsi perché non ha ancora fatto il richiamo alla gente che deve venire a pregare. L’ho scambiato per il nostro sacrestano…. E invece è lui che guiderà la preghiera! Non oso dire che è l’imam di Bigene, mi sembra una parola grossa per questa simpatica persona, che poi mi verrà presentata come il “padre” dei musulmani. Sì, avete capito bene: i “miei” musulmani di Bigene copiano i termini della Chiesa cattolica, e chi guida la loro preghiera è chiamato “padre”. Come me. Mi viene da sorridere… troppo belli! Ma aspetta! Mi rendo conto che cominciano ad arrivare di corsa altri fedeli della moschea e qualcuno chiede di fare presto perché il “padre della Chiesa” sta già aspettando. Insomma: come se fosse la mia presenza a richiamare i musulmani alla preghiera.
Mentre il “padre musulmano” richiama i suoi fedeli alla preghiera con l’altoparlante e le sue melodie incomprensibili per me, sotto il baobab si cominciano a stendere delle stuoie di plastica e dei tappeti. La preghiera non si svolge dentro la moschea, un edificio nuovo, finanziato dalla comunità musulmana dello Yemen. Lo spazio è insufficiente per raccogliere tutte le persone che arrivano con gli abiti della festa: molti uomini adulti e anziani, vari giovani, tanti bambini e poche donne. Immagino che le donne siano poche perché impegnate nei preparativi per le famose capre!
In pochi minuti è tutto pronto, e Alfonsene manda un suo aiutante a dirmi dove mi posso accomodare, vicino al luogo della preghiera e all’ombra di una piccola casa.
Cari amici: inizia uno spettacolo di umanità. Saranno in trecento persone che immediatamente si mettono in silenzio quando Alfonsene, al centro e davanti a tutti, ricorda le regole che i musulmani devono seguire per uccidere gli animali che oggi saranno mangiati. Alfonsene è un uomo di età avanzata, magrissimo, con un filo di voce. Ma tutti lo ascoltano con attenzione. Al termine di questi avvisi, la loro guida, il cosiddetto padre dei musulmani, dà inizio alla preghiera, che si svolge in lingua araba, intercalata da gesti precisi del corpo che tutta l’assemblea ripete. Sono attratto dalla partecipazione a questa preghiera: vedo uomini adulti e anziani seguire con grande partecipazione le varie formule pronunciate e i vari movimenti del corpo. Quando si inchinano tutti, con il capo fino a terra, mi rimane un senso di grande coralità e comunione che non sempre, noi cristiani, abbiamo nelle nostre assemblee liturgiche. Rimango ammirato nel guardare gli anziani che pregano. Non riesco a vedere bene le donne, sono lontane da me. Ma questi uomini che pregano davanti a me mi lasciano un grande senso di pace.
Adesso so di toccare un argomento che i miei lettori potranno sentire in modo diverso. Io penso una cosa. Anzi due. Nessuno si deve permettere di giudicare una persona che prega, dubitando della verità di quella preghiera. Solo Dio conosce il cuore dell’uomo e la verità che è presente nelle sue intenzioni e nei suoi gesti. Questo vale anche per noi cristiani, quando qualcuno si permette di giudicare le persone che vanno in chiesa e poi afferma che nella vita non sono coerenti. A costoro rispondo chiaramente: “E chi sei, tu, per giudicare il cuore e l’animo di chi va in chiesa? Credi proprio di essere un altro padreterno, che leggi i nostri cuori???”. Allo stesso modo, mi sento di dire che non possiamo dubitare sulla lealtà di cuore di queste persone che pregano, anche se di una religione differente e con modalità differenti.
E la seconda cosa che mi sento di affermare con decisione: queste persone pregano! Per dirla chiara chiara: preferisco una persona che prega alla persona che non prega. Troppo facile dire che si prega nel cuore e che Dio conosce tutto. Ma se non preghi, non preghi!
Penso a tutto questo e cerco di guardare ad uno ad uno i volti di chi sta pregando, degli uomini della prima fila. Riconosco molti di loro. E mi viene un altro pensiero forte e chiaro: questi uomini musulmani sono gli uomini di Bigene che, oltre ai cristiani, mi salutano tante volte con attenzione e rispetto. A differenza di altri, non musulmani, che a volte non mi considerano proprio. Non dico questo perché voglio essere riconosciuto, ma per evidenziare che questi uomini musulmani hanno, verso di me, che sono sempre uno straniero per loro e il responsabile di una Chiesa che comunica una fede diversa, hanno un atteggiamento di attenzione e di rispetto che altri non hanno. Guardo i loro volti e ricordo i tanti sorrisi ricevuti, i saluti, gli auguri per la salute e la mia famiglia, e tante altre cose che fanno parte di una bella convivenza di pace.
Mi rendo conto che questi musulmani sono veramente delle belle persone. E li ammiro.
Non fraintendetemi, per favore. La mia professione di fede non si sposta di una virgola. Ma sento il dovere di affermare che tanti giudizi, che a volte colgo anche in tanti ambienti italiani, sono degli esatti pre-giudizi. I miei musulmani di Bigene sono brave persone, e mi vogliono bene. Sarà che l’aria di Bigene ci rende tutti più buoni e belli???
La preghiera non dura molto tempo. Mi aspettavo di contemplare questo spettacolo di fede a lungo. Invece è breve. Quindici minuti, non di più.
E poi succede quello che non mi aspettavo, e che mi ha letteralmente toccato il cuore.
Terminato il loro rito, il padre dei musulmani viene verso di me, circondato da tutti gli anziani. Viene a ringraziarmi, a manifestare tutta la sua gioia nel vedermi alla loro festa, affermando che la mia presenza è un miracolo. Sì, usa proprio questa parola. È la prima volta che un padre della Chiesa viene ad ascoltare la loro preghiera e ad onorare la loro festa. Tutti gli anziani mi guardano con una gioia e una riconoscenza commovente, da sentirmi quasi in imbarazzo. Non ho fatto niente per loro. Solo sono lì. Anche don Marco è accanto a me. Non abbiamo fatto niente. Abbiamo guardato e ascoltato, senza capire. Ma ci siamo stati.
Penso che basta così poco per diventare persone che sanno convivere in fraternità. Ne abbiamo bisogno. Alla guida spirituale rispondo che dobbiamo pregare, e chi non prega non è un uomo completo. Apprezzano molto questa immagine che lascio alle loro parole, e chiedo di continuare a pregare per la Guinea-Bissau, che va sempre peggio. Continuano a manifestare le loro approvazioni alle mie parole. Ma non voglio approfittare: altrimenti va a finire che sono io a fare la predica a loro! Che volete: è la tentazione dei preti!
Ma non è ancora finita: termino le mie parole e si mettono a pregare attorno a me. Fanno come noi cristiani, con le mani aperte verso l’alto. Non capisco se pregano Dio, come immagino, o se pregano Dio per me. Capisco che vogliono concludere il loro cordialissimo saluto con una ulteriore preghiera. Ditemi una cosa: persone così, non sono un dono di Dio anche se sono di un’altra religione?
Vi è anche una ultima aggiunta finale che mi crea tanti pensieri buoni. Chiedo ad Alfonsene se posso entrare nella moschea per fare una visita. E sapete che cosa mi risponde? Non ci crederete, ma mi dice esattamente: “Tu puoi tutto, tu puoi entrare dappertutto, perché tu sei uno di noi”.
Se qualcuno mi venisse a raccontare queste cose, farei fatica a credere che siano state pronunciate queste parole. Ma sono testimone diretto di quanto accaduto. E sono molto contento. Siatelo anche voi.
Aspetta aspetta: e la capra???
E qui ti voglio! Volete sapere se poi sono andato a mangiare la capra?
No, non ci sono andato. Nessuno mi ha invitato e non ci sono andato. Grazie a Dio!
In compenso, adesso che termino queste righe, corro dalle suore che mi aspettano per una gustosissima pizza: è una bella festa a Bigene! Grazie Signore!

20 Ottobre 2013
Concludiamo una giornata importante per la missione di Bigene. Oggi abbiamo vissuto il primo incontro con i catechisti, i nuovi catechisti e gli animatori della catechesi nei villaggi. Circa 50 persone. Sono 31 i villaggi di Bigene che, da quest'anno, ricevono direttamente la catechesi (alcuni non nel proprio villaggio, ma in quello vicino). Mi sembra un dato importante per la nostra giovane missione. Nel pomeriggio il primo incontro di catechesi con i giovani di Bigene: e già tre nuovi giovani chiedono di iniziare. Che lo Spirito continui quello che Lui sa fare. E grazie di cuore a quanti ci hanno accompagnato in questo giorno, Giornata Missionaria Mondiale.

21 Ottobre 2013
Bissau, quartiere S. Paolo, casa delle Suore Adoratrici del Preziosissimo Sangue. Numò inizia il suo percorso di noviziato. Preghiamo per queste due giovani (Numò, accanto a me, è di Bigene; l'altra giovane è di Ingoré): che lo Spirito illumini la chiamata del Signore e la loro risposta alla vocazione.

26 Ottobre 2013
Una mamma è venuta qui questa mattina, con il bambino molto ammalato. E poi è tornata dopo poche ore, gridando il dolore per il suo bambino che è passato al cielo. Quando lei ha capito che ho compreso, si è girata ed è tornata verso la strada, continuando il suo pianto. Le basta dirmi cosa è accaduto. Nel mio cuore capisco che voleva dirmelo. Voleva una preghiera. Qui è una continua battaglia per vivere, e vedo la morte ogni giorno.... è dura. Per me è dura, perché la morte ha già bussato tante volte, e io sono sempre meno preparato.... è la mia storia. A volte penso che queste persone non piangono perché non hanno più lacrime..... ieri un giovane a Kubutol, oggi un bambino qui. Domani..... AIUTACI, SIGNORE!

28 Ottobre 2013
Desidero scrivere questi appunti che mi serviranno. Forse quando sarò più vecchio, tra qualche anno, e la mia missione a Bigene sarà finita. Così mi rileggerò con calma le cose belle che sto vivendo adesso, e ringrazierò il Signore di avermele donate. Forse mi piace non dimenticare i volti (i nomi non li imparo mai!), le speranze, le cose piccole e semplici che accadono, ma che sono importanti per la mia gente. Forse perché devo ancora imparare tante cose da loro a da questo mondo africano della Guinea-Bissau che mi affascina e mi impaurisce allo stesso momento. Perché il mistero della vita è assai più grande di quanto possiamo percepire, e accadono sempre cose nuove che ti dicono: “Impara!”.
Vorrei avere la semplicità e l’umiltà di chi è consapevole che deve ancora imparare. Anche se sei missionario. O forse proprio perché sei missionario, devi cercare di imparare sempre….
Mettetela come volete. Voglio scrivere come è andato il primo incontro di catechesi a Bigene, Liman, Baro e Ponta Nobo. Se vi piace lo leggete. Altrimenti me lo leggerò solo io quando avrò l’età!

Domenica 20 ottobre, Giornata Missionaria Mondiale, primo incontro di catechesi a Bigene.
Il gruppo dei giovani di Bigene che viene alla catechesi dei pre-catecumeni continua ad aumentare ogni anno. Chiamiamo pre-catecumeni le persone che ricevono il primo annunzio, che partono da zero. Poi passeranno al gruppo dei catecumeni, in preparazione del sacramento del battesimo.
Dai 13 di quattro anni fa, a giugno scorso erano diventati 54. Con loro ci sono anche alcuni adulti. All’inizio erano solo di Bigene e del villaggio vicino di Indaià. Poi si sono aggiunti altri giovani del villaggio di Bunquilim, vicino a Bigene, e da un anno altri giovani del villaggio di Nhanea. Un bel gruppo veramente, con buona armonia e gioia tra di loro.
Da quest’anno abbiamo deciso di dividere il gruppo: suor Narliene si incontrerà con gli amici che sono all’inizio del loro cammino di fede. Abbiamo deciso che questi nuovi si incontreranno in chiesa, alla domenica, dopo la S. Messa parrocchiale. I più adulti nel cammino di fede saranno accompagnati dalla catechesi di don Marco, la domenica pomeriggio. Un terzo gruppo inizierà con me il percorso dei catecumeni, il sabato pomeriggio. Sono una decina di amici di Bigene che mi sembrano pronti per una catechesi più approfondita e che li accompagnerà fino al Battesimo, tra due o tre anni.
Mi sembra che questa divisione del gruppo non crei difficoltà: i più grandi nel percorso sono felici di iniziare il catecumenato, i più giovani sono molto disponibili ad essere accompagnati. Con semplicità si dimostrano come coloro che chiedono di essere presi per mano. Alla fine dell’incontro tre nuovi giovani si presentano chiedendo di iscriversi al primo anno. Ogni volta che un giovane chiede di diventare cristiano ritrovo evidente il motivo per cui sono qui. Da che cosa parta la sua domanda, per me, rimane un mistero. Penso che abbia accolto la testimonianza, pur piccola, di chi ha già intrapreso il percorso della fede. Pongono la domanda più grande, in assoluto, che un giovane possa esprimere. Come non rimanere senza stupore?

Mercoledì 23 ottobre: villaggio di Liman.
Liman è un piccolo villaggio collocato sulla strada principale che collega Bigene a Baro. Il primo incontro di quest’anno si svolge dentro la piccola chiesa che è stata costruita di recente. Durante l’estate è stato applicato il cemento alle pareti. Questa piccola e bella comunità si riunisce tutta nella catechesi: sono oltre 50 le persone che frequentano il percorso della vita cristiana, senza contare i bambini, anche loro sempre numerosi. Oramai vi è un’amicizia consolidata con queste persone: sono il loro catechista da cinque anni. Devo dire che sono bravi: preparano lo spazio pulendo dentro e fuori la chiesa, si chiamano l’un l’altro, si lavano sempre prima di venire alla catechesi. È l’incontro più importante del villaggio, e bisogna arrivarci ben puliti e con il vestito bello. Sono così belli e in ordine, che se passi per il villaggio negli altri giorni quasi non li riconosci, per i vestiti e la polvere del lavoro nelle risaie o nel bosco.
Iniziamo l’ultimo anno di pre-catecumenato; il prossimo anno dovremmo iniziare il catecumentato con almeno una ventina di questi giovani. Pensate che alcuni di loro sono sempre presenti, da anni, ad ogni incontro. Non mancano mai!
Adesso che hanno la loro chiesa, mi faccio forza per chiedere più impegno nella preghiera comunitaria. Decidono di riunirsi ogni mattina, al sorgere del sole. L’animatore della catechesi è un giovane bravo e pieno di entusiasmo. E con un nome che sembra un napoletano: Baba. Però è senza accento sull’ultima.
Spero che questi amici comprendano la bontà di riunirsi assieme in preghiera, anche solo 5 minuti, e offrire a Dio la loro giornata. Ripasso per Liman il venerdì seguente, e Baba mi annuncia con un entusiasmo mai visto prima che al mattino vi erano tante persone alla preghiera. Lo rivedo la domenica seguente, e con ancor più entusiasmo mi dice che vengono tutti, anche i bambini si alzano presto per andare in chiesa a pregare con i genitori.

Mercoledì 23 ottobre: villaggio di Baro.
Baro è il villaggio più grande tra tutti i 58 villaggi di Bigene. Sono all’incirca 1800 abitanti. La comunità cristiana è ben presente e organizzata. Quasi tutte le domeniche celebriamo la S. messa dentro il salone dei giovani, in attesa di costruire la chiesa per la comunità cristiana. Sono un centinaio di persone. Il primo incontro ci raccoglie con una novità importante: da quest’anno inizia il gruppo dei catecumeni, che è affidato a Suor Nella. Anche questi cristiani di Baro danno segnali importanti nel cammino della fede. Ogni sabato pomeriggio i giovani si riuniscono per le prove dei canti, la celebrazione della S. Messa è ben seguita e partecipata. Ci sono solo tre battezzati, ma con la decina di catecumeni che iniziano il nuovo percorso, tra qualche anno avremo una ulteriore crescita di tutta la comunità. Uno dei tre animatori della comunità è morto durante la Pasqua passata: tutti ricordiamo sempre, con tanta riconoscenza, l’impegno che Lubero ha vissuto dentro la sua comunità. Gli altri due animatori sono Bernardo e Domingus: uomini che meritano la stima di tutti gli altri. Una bella comunità, che è uscita bene da un periodo difficile già totalmente superato.
A loro chiedo collaborazione per continuare, con il loro sostegno, nelle prime evangelizzazioni dei villaggi vicini: la zona di Baro è tutta in fermento e sono convinto che aumenteranno i villaggi che chiedono di entrare nella Chiesa cattolica. Da quest’anno iniziamo la prima evangelizzazione settimanale a Sanò 2, a Sidif Balanta e a Mansacunda ovest. Ma altri cominciano a mettersi in lista, come Baro Garandi. I cristiani di Baro sanno impegnarsi in questo compito di evangelizzazione verso i loro vicini. Un compito importantissimo: quando sono loro a dire che Gesù è il Signore, pur dicendo le mie stesse parole, chi ascolta rimane più colpito. La testimonianza diretta di chi vive accanto è più efficace delle parole del missionario che viene da lontano. E io cerco di portarmeli con me, quando possibile.

Venerdì 25 ottobre: villaggio di Ponta Nobo
E qui accade quello che non mi aspettavo, e che diventa, ancora una volta, una bella lezione per me!
Vado a Ponta Nobo sfiduciato. Questo è il villaggio più lontano da Bigene: sono quasi 23 chilometri, dopo Baro si prende la seconda strada sulla sinistra, scendendo sino al fiume.
Ho iniziato io stesso la prima evangelizzazione in questo villaggio. Fu il professore della scuola a invitarmi, tre anni fa. Dopo alcuni incontri di conoscenza reciproca decisi di iniziare, ma i frutti non si sono mai visti. Forse perché lontani, non hanno mai partecipato a qualche incontro comunitario a Baro, e i loro animatori non vengono a Bigene. Sono oltre un centinaio le persone iscritte alla catechesi, ma vengono una volta e poi scompaiono per un mese. L’orario della catechesi non è mai rispettato: dovrebbe iniziare alle 9.30, ma si preparano solo dopo che arrivo io. Penso anche che la poca consistenza del capovillaggio incida sul loro comportamento: di solito i capivillaggio sono persone esemplari, che danno buone testimonianze e consigli utili per tutti. Qui non è così. Sarà per tutti questi motivi, e sarà anche perché io non sono bravo con loro, la catechesi qui non si è mai elevata.
Poi ci sono anche delle cose belle in questo villaggio. Prima di tutto il panorama: immerso nella natura, vicino al fiume, con una risaia sconfinata e un numero di palme impressionante, a perdita d’occhio. Io mi sono fatto un’idea del Paradiso: da una parte vedo le Dolomiti, e dall’altra i paesaggi di Bigene. Questo in particolare.
E poi ci sono loro. Loro quattro. Un’altra bellissima e simpaticissima realtà di questo villaggio. Io li chiamo “i quattro dell’ave maria”. Un titolo che riconoscono solo quelli della mia età, cresciuti con i film di Leone e la musica di Morricone. “I quattro dell’ave maria” sono i miei quattro amici vecchietti di Ponta Nobo. Quando sono assieme è uno spettacolo unico: loro non possono confondersi in mezzo ai giovani, e quindi si siedono uno accanto all’altro. Ve li voglio descrivere: uno non ci vede, uno non ci sente, uno è storto e l’ultimo parla sempre. Sono talmente belli assieme che riescono a litigare tra loro ogni volta che arrivo, e ogni volta che inizio a pregare fanno pace. Vi assicuro che è un altro grande spettacolo della natura. Tra di loro sono amici, e si cercano. Poi, quando stanno assieme, fanno una confusione talmente ridicola che tutti li guardiamo come si guardano le comiche al teatro. Quando hanno finito di litigare, si aiutano l’un con l’altro. Quando han finito di aiutarsi, litigano. Una cosa mai vista! Dirvi i loro nomi è impossibile: sono impronunciabili. Quello che non sente dice di far silenzio a quello che parla sempre. Quello che parla sempre dice di spostarsi a quello che non vede. Quello che non vede dice allo storto di mettersi a posto, e lo storto dà la colpa di tutto a quello che non sente. Se li portassi in televisione, ci sarebbe uno spettacolo più applaudito del piccolo fratello (lo fanno ancora?).
Insomma. Vado al villaggio con poche motivazioni: non sanno che vado, non li ho chiamati. Voglio proprio vedere che cosa dicono, come si comportano, che fanno. Vado anche dispiaciuto: se non continuo la catechesi, mi perdo l’amicizia dei quattro dell’ave maria e la bellezza di questo paradiso.
Arrivo piano piano, ma suono le trombe della macchina. Chissà se qualcuno viene…
E invece…. Preparati, Ivo caro, preparati a un’altra bella lezione!
Indovinate chi arriva subito, appena parcheggio sotto il grande ficus benjamin? Avete letto bene: il grande ficus benjamin. In Italia questa pianta preziosa e delicata è una piccola pianta da vaso che decora con grazia le nostre sale. Al massimo un piccolo alberello da giardino se è ben soleggiato. Qui è un albero così grande da coprire tutta la zona della catechesi, e ne avanza pure!
Bene, chi arriva? Arriva lui, quello che parla sempre, a volte anche a sproposito, il littizzetto di Ponta Nobo (ci assomiglia pure un pochino!). Mi saluta tutto contento, e mentre comincio a rispondergli è già scappato! Dove è andato? Ma chiaro, è corso a chiamare gli altri tre compari….
Poi cominciano ad arrivare le persone dalle varie case del villaggio. Hanno sentito la macchina e sanno che sono arrivato per loro. Nulla è preparato, il luogo delle riunioni non è stato ripulito dalle foglie, ma non fa niente. Senza esitazione prima vengono i giovani, poi le giovani, poi anche le donne. Le donne sono sempre le ultime, perché sono loro a preparare anche i bambini.
Ero venuto solo per salutare, e questi vengono per la catechesi. E si scusano pure, dicendo che non lo sapevano….
Poi arrivano i famosi quattro: grandi sorrisi, strette di mano, i soliti saluti formali, e mi guardano. Chiedo cosa hanno da guardare, e mi arriva in faccia la loro saggezza: “Ti guardiamo perché sei scappato nella tua terra quando la tua sorella grande stava male, e non sapevamo se avremmo rivisto ancora il tuo volto”.
Dopo che mi hanno guardato prendono posto sulla panca comune, facendo spostare tutti i giovani con la conseguente confusione. E, ovviamente, cominciano a litigare: spostati di là, tira giù il piede, girati di qua… Sono sempre loro, non sono cambiati! Anch’io li guardo a lungo, e il chiacchierone mi dice: “Anche tu sei contento di vedere i nostri volti, vero?”. Mi ha letto nel cuore!
Poi arriva una signora anziana, cammina male, ha i piedi gonfi. La fanno sedere e prende la parola: “Padre, prega per me, non ce la faccio più a camminare”. Le chiedo perché mi chiede questo, e lei risponde: “Io non so pregare, tu sai pregare, e lo devi fare tu!”.
Quando ci siamo tutti sistemati cominciamo a conversare. Io racconto perché sono scappato in Italia senza terminare la catechesi da loro, e loro mi raccontano di un loro giovane morto durante l’estate. Per malattia. Si dice sempre così: è morto perché era ammalato.
Comincio a chiedere cosa pensano della catechesi, e con mia sorpresa sento parole tutte positive, finché uno dei quattro, lo storto, afferma con semplicità e onestà: “Noi non siamo bravi nella catechesi, tante volte arriviamo in ritardo, e facciamo brutte figure. Io stesso mi vergogno che non siamo bravi. Ma tu conosci la nostra vita: ci rimane solo la catechesi per migliorarci, per avere una vita migliore. Ci rimane solo la catechesi”. Si chiama con un nome che assomiglia a Gnuma. Pronunciarlo correttamente è impossibile, è come se fosse senza vocali, come in ebraico antico. Lo vorrei abbracciare, anche se non saprei proprio come, tanto è malmesso nelle sue ossa.
Poi preghiamo. Per la signora anziana e per tutti gli ammalati. E per i nostri defunti. Mi seguono come bambini, ripetendo parola dopo parola. Non sanno pregare, ma vogliono imparare.
Mentre li benedico chiedo al Signore la Sua benedizione su di me: devo ancora imparare tanto da questa gente… Ditemi voi: posso abbandonare la catechesi a queste persone che mi chiedono queste cose? E come ho fatto, io stesso, ad arrivare con tanti dubbi?
Ero arrivato con pensieri negativi, me ne torno a Bigene con il cuore colmo di gioia. Il prossimo venerdì riprendo la catechesi anche qui, in mezzo al paradiso.
Ma non finisce qui: prima di salire in macchina i miei quattro mi accerchiano e, dopo aver litigato su chi deve prendere la parola, alla fine parla il non vedente: “Padre, abbiamo finito i soldi. Ci porti una foglia di tabacco?”.
Lo sanno che io ho il cuore tenero con loro, gli voglio troppo bene…. Ma non sanno che le foglie di tabacco, tra una settimana, saranno quattro: se vengo con una sola foglia, avete idea di che guerra sono capaci???

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